“ (..) Il colore ha attinto tenerezze cui non sono estranei albe e tramonti, ma come rarefatti, trasposti insieme nella fervida suggestione di una cromìa che ha assunto le atemporali tonalità e le sottigliezze del pensiero. Immaginazione della natura e delle cose, fantasmi di idee che si affacciano alla diuturna esperienza emozionale del paesaggio e della luce. Manifestazioni infine di un’adesione al mondo che solo nell’astratta vita della pittura trova il luogo della sua più vera espressione. Nelle opere recenti quei bagliori di memoria resistono tenaci: rivelando ancora la matrice esistenziale della visione del pittore, il fatto cioè che essa non nasca da un’astratta speculazione, dal momento che mantiene al suo fondo l’originaria pulsione emotiva, ora sottostanno a una più definitoria disciplina della forma. Bene ha detto, dunque, chi ha individuato nella pittura di Pancheri un sottile contrappunto tra differenti modalità: i fondali “emotivi”, e i “definiti spazi” in cui s’inscrive la rarefatta memoria – divenuta immagine, quindi visione – di un mai obliato rapporto tra la pittura e l’esperienza emozionale del mondo. (..) ”

Gainfranco Bruno, Al Bivio del Tempo, 2002


“(..) Recensendo la sua esposizione trentina alla fine del 2001, a pochi mesi dalla tragica caduta di quelle Torri di Babele moderne che erano le Torri Gemelle di New York, scrivevamo che Pancheri proponeva i suoi scenari pittorici come specchi frantumati, e che il pittore – nella dimensione profetica propria di ogni vero artista – coglieva lampi di una realtà sopravvissuta riflettendoli nei vetri spezzati delle torri infrante. Oggi Pancheri, superato ogni “bivio del tempo”, mostra come i vetri spezzati e gli specchi spenti possono riaccendersi solo se li illumina il battito di una vita anche ignota, purché porti con sé i suoi ricordi, gli elementi di una natura che si è trasformata in paesaggio solo grazie ai sogni dell’uomo. È una proposta d’arte rigorosa e generosa, È soprattutto un voler fissare l’arte come punto d’incontro fra il tempo e gli “spazi”, fra l’uomo e il suo destino. È la volontà di rivendicare all’arte un messaggio di vita per il futuro, anche a fronte del buio che lo circonda. Che è ciò che oggi l’arte dovrebbe fare. Perché basta berne la cronaca a uccidere la vita.”

Franco de Battaglia, Effetto Farfalla, 2003


“(..) L’equilibrio è rigorosamente asimmetrico, verte su traiettorie ortogonali e trasversali, sui colori fondamentali e sulle varianti luminose, cresce tra interferenze e sovrapposizioni che dichiarano l’impossibilità di un metodo che non sia quello della ragione aperta a continue incursioni dell’emozione. Dentro la variazione di queste possibilità Pancheri fa collimare la purezza della composizione con il fremito del paesaggio, soprattutto nel citare questo genere l’artista cita se stesso, ripercorre momenti passati ad ascoltare il suono dei colori, l’eco del giorno nel cuore della sera, lo stupore di fronte al profilo rumoroso del mare o a quello silente delle montagne. Ma il paesaggio si è dilatato, rivela altri percorsi segretamente legati a quelli del passato, apre dimensioni inconsuete dove il piacere della contraddizione s’impadronisce di ogni immagine per poter sognare nuovi incantesimi. Una funzione decisiva recita, in questo senso, il dinamismo della geometria che dà ritmo allo spazio di ogni opera, frazionandolo in una serie di schermi collegati da relazioni ipotetiche, da intervalli instabili, da passaggi mentali che scaturiscono nell’arco del vissuto. In questo ordine che continuamente si modifica ciò che conta è la sospensione delle forme senza soggetto, quadrati senza peso, rettangoli oscillanti, triangoli acuminati, linee vaganti, energie disperse nel vuoto secondo magnetismi simili a quelli delle altre figure. (..)”


Claudio Cerritelli, Visioni fluttuanti, 2005